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17 - 19 dicembre 2009

il sentire contemporaneo tra immagine, suono, informazione, trasmissione

the art experience contemporary perception: image, sound, information, broadcast

a cura di / curated by Lucilla Meloni, Stefano Perna, Marina Vergiani

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PAN | palazzo delle arti napoli

terzo forum internazionale sulla documentazione e i linguaggi del contemporaneo

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3rd international forum on documentation and contemporarylanguages

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L’ opera d’arte ha sempre a che vedere con i ‘mezzi’ di comunicazione: ogni forma d’arte è ‘mediale’ dal momento in cui organizza un medium – sia esso carta, pellicola o elettroni - per operare un transito o un effetto. Eppure ‘l’opera d’arte non ha niente a che fare con la comunicazione’, scriveva Deleuze nel 1987. Laddove la ‘comunicazione’ altro non è che la circolazione di parole d’ordine, fagocitante flusso – semiotico e tecnologico – in cui ogni possibilità di conoscenza è dissolta, l’opera d’arte vi può entrare in relazione solo come atto di resistenza.In epoca contemporanea, nell’ ‘era della comunicazione’ e dei media elettrici e digitali, questa tensione diventa particolarmente evidente. Quantomeno a partire dalle avanguardie storiche, è stata costante la spinta degli artisti a mettere i media in quanto tali al centro delle loro azioni per poterne sondare codici, limiti e potenziali espressivi.

L’arte insomma vive nei media, a più livelli. In essi prende corpo, ma senza sosta li re-inventa, li modifica e, come una sorta di ‘zoom’, li amplifica, li deforma e li isola, operando un taglio nel flusso della comunicazione. Nei media però l’opera d’arte, nell’epoca della sua riproducibilità, diviene anche scambiabile, moltiplicabile, circolabile, trasmissibile; diviene documento e memoria, archivio e repertorio, rovina e prefigurazione. I media moderni - elettrici prima e digitali poi, di massa e ‘personali’, broadcast e ‘narrowcast’ - non hanno fatto che approfondire ed estendere a dismisura questi processi. L’ambiente mediale integrato che è venuto a ricoprire come una bolla elettromagnetica l’intera superficie del globo ha spinto il fare e le opere dell’arte a trovare sempre nuove collocazioni rispetto ad esso, a propagarsi da un lato e, contemporaneamente, dall’altro, ad allestire ‘blocchi di resistenza’ al chiacchiericcio della comunicazione.

Da queste premesse prende le mosse l’idea di un incontro che chiami diversi operatori dell’arte a discutere alcune delle configurazioni che la produzione artistica e i suoi dispositivi sono andati assumendo all’interno del cosmo mediale, presi come sono tra immaginazione e trasmissione, tra comunicazione e resistenza, tra espressione e informazione. Un incontro che rinunci programmaticamente ad una visione totalizzante o che abbia l’ambizione di una completezza ormai tanto più difficile, e persino inutile, da perseguire. In questo senso si è preferito decidere di andare ad interrogare alcune zone specifiche di elaborazione e sperimentazione, dove linguaggi e mezzi si incarnano in forme singolari che siano (o siano state) in grado di usare e di riflettere sui media secondo logiche non pienamente omologate al sistema dominante della comunicazione, esibendo in questo modo anche una sottile ma profonda disposizione etica e politica.

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A work of art has always been intertwined with the idea of the media. Each art form is “mediatic” from the second it organizes a medium – whether it be paper, film or electrons – to bring about a crossing over or a specific effect. And yet “the work of art has nothing to do with communication,” wrote Deleuze in 1987. If “communication” is nothing other than the circulation of commands, a flux (both semiotic and technological) in which each possibility for understanding is engulfed and dissolved, the work of art can only come into play as an act of resistance. In the contemporary era – in the “communication era” and that of the electrical and digital media – this tension becomes even more pronounced. At the very minimum this held true for the historical avant-gardes, whose artistic impetus was to place the media as such at the center of their actions in order to sound out their expressive codes, limits and potentials.

Thus art lives in the media, on a number of levels. In this it takes shape, but without respite it re-invents them, it modifies them and, like a kind of “zoom,” it amplifies, deforms and isolates them, cutting a swatch through the flow of communication. In the media, however, the work of art, in the era of its reproducibility, has also become inter-changeable, multipliable, able to be put into circulation and broadcast. It becomes document and memory, archive and repertoire, ruin and prefiguration. The modern media – first electric and then digital, mass and “personal,” broadcast and “narrowcast” – have done nothing more than inordinately broaden and extend these processes. The integratedmedia environment which has enveloped the earth’s surface like an electromagnetic bubble, has propelled the process of making art, and the artworks themselves, on a ceaseless search for new contexts. On the one hand, it tends to propagate itself; one the other hand, at the same time, it sets itself up as a “barricade” to stem communication’s incessant chatter.

From these premises, the idea took shape for a meeting that might call together a number of different players from the artistic scene to discuss some of the configurations that artistic production and its devices have come to take within the mass-media “cosmos,” plucked as they are from imagination and broadcast, communication and resistance, expression and information. A series of events that systematically forgoes a totalizing vision, and any aspirations of exhaustiveness, something now more difficult than ever – if not in fact futile – to pursue. In this sense, the choice has been to delve into a few specific zones for further research and experimentation, where language registers and media are incarnated into strange forms. These might be (or might have been) able to use and to reflect on the media according to that logic not graced by the predominant system’s flat approval, thus exhibiting a subtle but profound penchant for the ethical and the political as well.

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